10/07/2007

divenendo


podcast
ffd9b0f499376aa002e4234f1330a3a9.jpgE' accaduto tutto. Morte, malattia, sofferenza. E sono ancora in piedi. Attorno a me solo alberi abbattuti, prati incolti, amori perduti. In questo deserto i miei piedi scalzi schiacciano ciò che rimane a ferire la base: piccole spine nascoste nella sabbia. Il dolore non vince. Piega, batte, colpisce. Ma non vince.

Annuso l'aria come un randagio, alla ricerca del suono perduto. E i profumi mi confondono. A volte quell'eco lontana sembra risuonare forte, chiara. Altre volte il silenzio è il solo compagno. Un silenzio denso, profondo, nel quale ritrovare ciò che si credeva smarrito.

Ancora sono le parole la salvezza. Non mediate, lucide, come al principio. E' un vortice di colori amalgamati infine in un unico verde. Verde, il colore riconosciuto oltre i ricordi, all'origine.

Non sono passi perduti, niente è perduto. Ogni goccia è un nuovo insegnamento. Difficile la comprensione solo quando la dialettica incide oltre il suo dovuto.

Divenendo cosa, mi domando... ora non rispondo. Rimango in piedi. Nonostante tutto...

06/07/2007

Camminando


podcast
139f8a377d9a333c54bc6004f16468b6.jpgPrima il buio, poi il silenzio. I passi sfiorano il terreno e la consistenza di questo si perde, svanisce, come tutto il resto. Non è il passo del viandante distratto, nemmeno la riflessiva marcia di un cercatore. Sono solo passi senza una meta. Senza un perché.

Sollevando lo sguardo ecco, si vede l'infinito. Ciò che non è. Quello che non appare travestito di reale. E solo in quell'onda è bello ritrovarsi.

Silenzio... la tenacia del vento sulla pelle, gli occhi chiusi per ripararsi da immagini ingannevoli.

I passi sono quelli di una donna. Quarant'anni. Una solitudine incerta, scura. Ancora fresca. L'ombra di un lupo che sussurra: "No matter where you wander, however far you room, the footprinte on the path you take will lead you back to home".

E rieccomi, allora, a casa...

05/07/2007

tornare...

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Ci sono tante cose già dette, già raccontate, buttate fuori con rabbia o tristezza... tante cose che riemergono in continuazione nonostante si creda superato il peggio. Ora permane solo una grandissima confusione. Non sapere più cosa essere. Come vestirsi, parlare, cosa fare... soprattutto questo, cosa fare.

La scrittura appare come un mondo troppo lontano, doloroso... ogni nuovo gesto risuona come una condanna rivolta senza possibilità di appello a chi il destino ha voluto cancellare. E l'attesa si protrae oltre il lecito... Sto cercando di rialzare la testa, di guardare fuori... ma ogni volta scopro che non c'è più niente di interessante "fuori"...

Ancora non sto facendo niente. Trascorro le giornate in una solitaria monotonia senza la voglia di realizzare niente di concreto. Aspetto. Cosa non lo so. Continuo ad aspettare. Forse che il brutto sogno finisca. Aspetto forse di riaprire gli occhi un mattino e scoprire che è stato solo un incubo.

L'unica cosa che riesco a mettere in pratica adesso sono i viaggi. Queste fughe, i viaggi lontani. Viaggi: Canada, Miami, Cuba.... Ma sono solo viaggi fisici, spostamenti da luogo a luogo... per scoprire nuovi profumi, nuovi paesaggi. In ogni viaggio, però, è implicito un ritorno.

E in ogni ritorno è inscritta l'inevitabile solitudine.

Intanto sono qua. Sorpresa davanti ad un piccolo blog che credevo cancellato. E che invece sembrava aspettarmi... chi lo sa...

 

10/03/2007

Assenze

La morte è uno schianto imprevisto, un appuntamento al buio, che ti azzanna appena fuori casa. La sua voce si spegne, nel dileguarsi della memoria e, rapidamente, di lui non rimane che una pallida traccia adagiata nel tempo. Tempo... l'inesplicabile danza di un serpente che nessuno può afferrare. Il silenzio ha divorato le pareti. Gli oggetti addormentati nei cassetti, sugli scaffali, in angoli impensati, sono immoti e pesanti e vuoti e morti senza colui che li possedeva e che ne dava un senso. Lui era un uomo giovane. A volte sembra di sentirlo, mentre ridendo dice "C'est la vie". C'est tout, aggiungo io. Non c'è altro. Per un po', all'inizio, l'istinto di sopravvivenza conduce verso nuove mete, piccoli obiettivi che costringano a procedere ed è così che avanzi, tinteggiando il soggiorno, comprando abiti nuovi, pensando soprattutto a tua figlia, orfana già di padre, che non puoi abbandonare. E' così che vinci la voglia di morire, o che la sospendi. Per un po'. Pensi al tempo che vi separa, agogni il momento in cui lo ritroverai. Ma procedi, colori, azzardi ipotesi su un domani in cui non credi più. Intanto il giorno si fa sera e il cammino prosegue. Poi ti volti indietro e scopri che ce l'hai fatta. Sei sopravvissuto ai primi mesi. Ti senti forte, più forte, maturo, responsabile, indipendente. Ce la puoi fare. Lo ripeti. Continui a sussurrarlo. Finché, di colpo, la sua mancanza ti travolge, togliendoti il respiro. Ora di lui senti l'assenza. E' questo che ti piega. La sua irrimediabile assenza. Puoi essere forte quanto vuoi, adulta, responsabile. Ma la sua assenza ti lascia incredula. Davvero: non c'è. E con questo timore osservi tua figlia, sperando che non provi lo stesso dolore, sperando in qualche modo l'impossibile.

28/02/2007

Il ritorno

Ho sfilato la fede dal dito. Comincio a capirlo adesso. Non tornerà. Non tornerà più. Lui non varcherà più la soglia di casa, con il suo sorriso, le sue battute, nonostante il cane si accucci ogni sera dietro quella porta alle sei in punto, aspettandolo. Quella porta non si aprirà più: la porta del mio cuore, raggelato dalla vita. Ero così orgogliosa di quel piccolo anello. Rappresentava un senso di appartenenza. Condivisione di momenti, di gioia, di dolore. Era camminare appoggiati uno all'altra. Era aspettare insieme, chiedere insieme, ridere, scherzare, arrabbiarsi. Insieme. Ora quel piccolo anello liscio è lì sul comodino e le mie mani sono nude, come la mia vita. Dovrò partire da sola, farmi coraggio da sola, sbagliare da sola, asciugarmi da sola le lacrime che non riescono a uscire. E cercare delle risposte. Che non trovo.

23/02/2007

Le cose non dette

Sono le cose non dette a fare più male... La scrittura è lì, ferma, abbandonata in qualche angolo, soppiantata dai sensi di colpa... tutto parla della sua assenza. Senza amore non c'è scrittura. E l'amore è fuggito lontano... Qualcosa di molto pesante e doloroso mi è passato attraverso, riducendo le mie piccole certezze in poltiglia. Niente è per sempre. E l'amore è la cosa più fragile, quella che rischia di più... Quando ci siamo conosciuti, circa sedici anni fa, avevo chiesto a Daniele di giurarmi di esserci per sempre, per sempre. Di non spegnere mai questo amore, di restare al mio fianco per sempre... lui me lo aveva promesso, sorridendo, come sempre e prendendo un po' in giro le mie paure. Mi ero sentita un po' rassicurata dalla sua promessa. Anche se una parte di me sentiva che quel timore che provavo sarebbe riaffiorato. Quando muore una persona che hai amato tenti mille strade per riavvicinarla a te... io non ci riesco. Pensare a lui mi fa stare più male. I suoi vestiti, il suo spazzolino da denti, i suoi dopobarba, le sue scarpe... tutto è ancora lì. Non riesco ad avvicinarmi alle sue cose. Gettarle mi sembrerebbe un tradimento. Rinchiuderle in uno scatolone mi parrebbe feticismo... non riesco a fare niente. La gente mi domanda se ho ripreso il mio lavoro. Me lo domando anch'io... quale lavoro, poi? La scrittura non è un lavoro. E' un gesto di fede: fede verso la vita, verso la speranza, è comunicare ad altri propri sentimenti, passioni, verità... ma adesso non ho niente da comunicare. Solo un dolore così forte che mi impedisce di guardare avanti... Così non scrivo... non faccio niente. I sensi di colpa riguardano le cose non dette. Quante frasi rimandate a domani... recuperare un sentimento forte come i primi anni dopo che la vita già aveva incrinato la nostra serenità, minacciando la sopravvivenza di nostra figlia... Credevamo di avere tanto tempo, tutto per noi... tempo per riprendere il nostro amore dimenticato, tempo per superare la routine, tempo per fare altri progetti, per costruire, per disfare, per viaggiare... Ma il tempo non c'è più... Daniele, quel giorno, il giorno dell'incidente era già uscito di casa... era già arrivato al primo incrocio quando io... l'ho richiamato indietro per dargli delle carte da portare a sua madre... dei fogli stupidi che aveva dimenticato a casa... e che avrebbe potuto riprendere poi, un altro giorno, con tanto tempo a disposizione... Lui è tornato indietro... ha perso dieci minuti, tornando indietro perché io lo avevo richiamato. Ha preso le carte ed è ripartito... se non fosse tornato indietro, forse, non avrebbe incrociato l'auto pirata... forse... Forse avrei potuto ancora dirgli quanto lo amavo... cosa che negli ultimi anni non ho fatto... Te lo dico adesso: Daniele, ti amo.

20/02/2007

può capitare

Ritieni che non possa accadere a te. Non ai tuoi gesti radicati nella quotidianità, non a te. Non a te. Perché tu sei ciò che nulla può cambiare, perché tu sai, conosci il profumo dei fiori che in primavera bagnano l'aria, l'odore del pane caldo, della focaccia, perché tu conosci il sorriso del salumiere, il campanellino del gatto del vicino che passeggia sui marciapiedi. Non può cambiare. Il sole che ti colora gli occhi, il caldo che ti macchia i vestiti, il freddo che ti intrappola in casa, il sapore della notte, tiepida, domestica. Le caramelle prima di cena, le patatine davanti la tv, il gelato in fondo alla strada. Il tè delle cinque, i compiti di tua figlia. Non può cambiare. L'acqua che bolle, il sale, la tavola apparecchiata. Il tg che racconta altre vite, altri fatti, altre guerre, dall'altra parte del mondo. Poi sei lì, di colpo, a fissare una strada. E' un tratto che ti manca quello steso davanti a te. Non ne scorgi la fine perché l'orizzonte la inghiotte. Puoi solo immaginare il passato, il tratto percorso, lo immagini soltanto perché non hai voglia di girarti. Ed è capitato a te. Hai fatto qualcosa che non avresti mai creduto di poter fare. Ti sei seduta in un corridoio diafano, su un'alzata di plastica grigia. A fissare il pavimento. A pensare "cosa vogliono da me, cosa devo farci adesso con un corpo morto?" E' capitato a te. Stringi tra le mani un sacchetto di quelli blu, dell'immondizia. Dentro ci sono i suoi vestiti, il suo sangue. E tu non sai che farne. E' capitato a te. Siedi in quel corridoio. C'è gente che ti guarda, li vedi, li senti bisbigliare. Sai che parlano di te. Osservano una donna troppo giovane per sopportare ferite tanto grandi. Una piccola donna i cui piedi quasi non toccano terra. Esile, con spalle piccole e la faccia asciutta, senza lacrime. Non lo sanno cosa pensi. Perché non è capitato a loro.

15/02/2007

Il canto del vento

La morte di chi ami ti colpisce alle gambe, dietro le ginocchia, e ti costringe a piegarti, giù, a terra, con le giunture tra la polvere. Accetta ciò che sei. Questo è il canto ripetuto dal vento. Accetta ciò che sei, gioisci della polvere, solleva il tuo sguardo e abbandona ogni lotta. E' un canto leggero, un mormorio, nulla più. Costante, avvolgente. E' un canto che culla il dolore, che concede allo sguardo un nuovo respiro. Accetta ciò che sei... e nulla più...

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